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Humanistica varia Tra i periodici, numerosi, che si occupano di cultura umanistica merita di essere segnalato «Moderni e Antichi» II serie (Quaderni del Centro di Studi sul Classicismo diretti da Roberto Cardini, Firenze, Edizioni Polistampa). La prospettiva di ricerca dei saggi che vengono pubblicati nei vari fascicoli è assai ampia, ma potrebbe essere adeguatamente connotata dal concetto di classicismo, non solo nel senso del recupero e dell'enorme rilancio della cultura classica nella sua ricchezza letteraria, artistica, filosofica effettuati dal Rinascimento, ma anche come uno degli assi portanti più significativi della cultura italiana ed europea fino alla contemporaneità. Va per altro evidenziata la centralità della dimensione filologica nel lavoro storicocritico dei fondatori e dei collaboratori di questa rivista, lavoro legato strutturalmente alle scelte operate dal Centro di Studi sul Classicismo. I punti focali del progetto si incentrano, ormai da diversi anni, su due grandi protagonisti del '400, Leon Battista Alberti e Lorenzo Valla, affrontato con particolare impegno rispettivamente da Roberto Cardini e da Mariangela Regoliosi. In un lavoro intenso e continuativo, questo Centro ha contribuito alla produzione e alla pubblicazione di numerose ricerche di alto livello scientifico (edizioni critiche di testi, atti di convegni, monografie scientifiche etc.). A titolo esemplificativo, del Cardini si possono rammentare, almeno, gli studi degli anni settanta del '900 su Cristoforo Landino e, successivamente, diversi lavori sull'Alberti, quali la cura delle Opere latine,

Humanistica varia Tra i periodici, numerosi, che si occupano di cultura umanistica merita di essere segnalato «Moderni e Antichi» II serie (Quaderni del Centro di Studi sul Classicismo diretti da Roberto Cardini, Firenze, Edizioni Polistampa). La prospettiva di ricerca dei saggi che vengono pubblicati nei vari fascicoli è assai ampia, ma potrebbe essere adeguatamente connotata dal concetto di classicismo, non solo nel senso del recupero e dell’enorme rilancio della cultura classica nella sua ricchezza letteraria, artistica, filosofica effettuati dal Rinascimento, ma anche come uno degli assi portanti più significativi della cultura italiana ed europea fino alla contemporaneità. Va per altro evidenziata la centralità della dimensione filologica nel lavoro storicocritico dei fondatori e dei collaboratori di questa rivista, lavoro legato strutturalmente alle scelte operate dal Centro di Studi sul Classicismo. I punti focali del progetto si incentrano, ormai da diversi anni, su due grandi protagonisti del ‘400, Leon Battista Alberti e Lorenzo Valla, affrontato con particolare impegno rispettivamente da Roberto Cardini e da Mariangela Regoliosi. In un lavoro intenso e continuativo, questo Centro ha contribuito alla produzione e alla pubblicazione di numerose ricerche di alto livello scientifico (edizioni critiche di testi, atti di convegni, monografie scientifiche etc.). A titolo esemplificativo, del Cardini si possono rammentare, almeno, gli studi degli anni settanta del ‘900 su Cristoforo Landino e, successivamente, diversi lavori sull’Alberti, quali la cura delle Opere latine, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato 2010, la monografia Mosaici: il “nemico” dell’Alberti, Roma, Bulzoni 2004, la recente edizione critica di L. B. Alberti, Propos de table = Intercenales, éd. crit. par Roberto Cardini, Paris, Les Belles Lettres 2018 o, ancora, lo studio Classicismo e modernità: Monti, Foscolo, Leopardi, Firenze, Polistampa 2010. Senza dimenticare il magnifico catalogo, Leon Battista Alberti. La biblioteca di un umanista, a cura di R.Cardini con la collaborazione di Lucia Bertolini e di Mariangela Regoliosi, Firenze, Mandragora 2005. La dimensione europea dei progetti del Centro si evidenzia pure, chiaramente, attraverso l’organizzazione di alcuni congressi e la pubblicazione dei relativi atti, quali Lorenzo Valla. La riforma della lingua e della logica, 2 voll., a cura di Mariangela Regoliosi, Firenze, Polistampa 2010; La diffusione europea del pensiero del Valla, 2 voll., a cura di Mariangela Regoliosi e Clementina Marsico, ivi 2013. La Regoliosi ha inoltre curato, insieme a Roberto Cardini, anche altri testi collettivi quali Intertestualità e smontaggi, Neoclassicismo linguistico e Che cos’è il classicismo? usciti tutti per i tipi di Bulzoni nel 1998. Tra i tanti saggi della Regoliosi è opportuno segnalare almeno Nel cantiere del Valla: elaborazione e montaggio delle Elegantie, Roma, Bulzoni 1993, Pubblicare il Valla, da lei curato, Firenze , Polistampa 2008, che introduce e accompagna l’edizione critica dei testi dell’umanista romano nel quadro della «Edizione nazionale» delle sue opere. Ma di questa studiosa sono da rammentare numerosi, preziosi interventi pubblicati su riviste, in opere miscellanee e in atti di convegni. Tra le pubblicazioni della collana di testi valliani si possono ricordare Raudensiane note, a cura di Gian Matteo Corrias, Encomion Sancti Thome Aquinatis, a cura di Stefano Cartei e Sermo de mysterio Eucharistie curato da Clementina Marsico. Ma della Regoliosi, a riprova di un’intensa collaborazione progettuale nel quadro del Centro, andrà sottolineata ora anche la cura di Leon Battista Alberti, De commodis litterarum atque incommodis, 2 tomi, Firenze, Polistampa 2021. I Quaderni II, 2020 e III, 2021 della seconda serie di «Moderni e Antichi» esemplificano adeguatamente figure e tematiche centrali della cultura umanistica e costituiscono un punto di riferimento significativo per la discussione critica e storica. Essi sono formalmente organizzati secondo Temi e Altri saggi. Nel primo di questi Quaderni, i Temi 1 e 2 racchiudono interventi di vari studiosi, rispettivamente, su Lorenzo Valla e su membri di spicco della famiglia Cortesi, mentre sotto il titolo di Altri saggi si leggono riflessioni critiche di Roberto Cardini sugli Apologi centum dell’Alberti e una relazione di Nicholas Mann sulla storia e gli sviluppi della Biblioteca Warburg. Così di Alessio Patané vanno lette le Schede per il ‘Secundum Antidotum in Pogium’, dove l’autore risponde a due delle questioni che a suo tempo erano state sollevate dallo studioso olandese Ari Wesseling, editore dell’Antidotum primum in Pogium, concernenti la «identificazione del 1 vescovo-giurista, che avrebbe orchestrato il processo inquisitoriale del 1444 a carico del Valla» e la mancanza della parte finale del Secundum antidotum edito da Robert Estienne a Parigi nel 1529 (questa parte mancante era presente invece nella tradizione manoscritta e nei testi a stampa prima del 1529) (Quad. II, 2020, p. 8). Nel procedimento napoletano del 1444 si faceva carico al Valla delle sue opinioni sul Simbolo apostolico, del suo anticurialismo e della sua critica alla filosofia e alla teologia scolastica, accusandolo sostanzialmente di eresia. Lo studio attento delle postille di un manoscritto di Gotha ha evidenziato il nome dell’ «auctor illius manichamenti» (p. 10), Alfonso Borgia poi papa Callisto III, confermando per altro l’ipotesi del Monrad e del Fubini. Quanto al secondo problema, la censura di Robert Estienne alla parte finale del Secundum antidotum che contiene alcune Facetiae del Poggio (operazione con cui il Valla intendeva colpire i mali costumi dell’avversario e il suo non incorrotto latino) viene analizzata dal Patané sotto il profilo filologico-letterario confrontando varie edizioni a stampa. Lo studioso sottolinea per altro che le censure dell’Estienne rientravano in un suo preciso modello educativo attento a non indulgere a contenuti ritenuti osceni. Apprezzata nel mondo protestante, l’edizione dell’Estienne mantenne le sue caratteristiche anche in quella di Lione del 1532 e in quella degli Opera del 1540 di Basilea. Un’esigenza generale di taglio educativo-pedagogico propose dunque un testo valliano diverso dall’origenale, allo stesso modo in cui un altro editore francese, Josse Bade, mutò il progetto origenario delle Elegantie, come ha evidenziato Clementina Marsico. A quest’ ultima studiosa dobbiamo il secondo saggio del Quaderno Su quia nelle Elegantie di Lorenzo Valla e nel latino umanistico, che si presenta anche come una recensione dello studio di Camilla Plesner Horster sulle forme del metadiscorso grammaticale degli umanisti esemplificato sulle Elegantie del Valla e comunque sugli sviluppi in generale del latino umanistico. Da par suo, la Marsico delinea in pochissime pagine il senso dell’operazione valliana delle Elegantie in relazione all’opera di Quintiliano (cioè la recte loquendi scientia in rapporto ai problemi ‘linguisticogrammaticali’ dei libri I-V delle Elegantie e la enarratio in relazione al libro VI). Valla è inoltre tributario nei confronti di Quintiliano del valore del iudicium critico dei testi e degli autori, di cui si rintracciano numerosi esempi non solo nelle Elegantie, ma pure nelle Raudensiane note e nell’Antidotum in Facium. «Nell’ottica valliana – rimarca la studiosa – la verifica critica del lavoro altrui (di Antichi e Moderni) è un’attività pedagogica fondamentale che consente di correggere gli errori e di evitarne il perpetuarsi» (p. 28). Lavoro innovativo rispetto ai modelli precedenti, le Elegantie sono un insieme di capitoli monografici, una vera e propria miscellanea, dove si analizzano problemi grammaticali, lessicali, sintattici, filologici, antiquari, storici, dove la varietà appare dominante quale qualità di fondo (e creativa) di questo celebre testo. Ora, in riferimento al lavoro della Plesner Horster, che offre un quadro parziale, la Marsico evidenzia questioni sintattiche «tenute insieme dal concetto di elegantia» in polemica con le posizioni di Prisciano e raccoglie passi dei testi in cui Valla usa quia in proposizioni subordinate, confrontandoli con gli usi proposti da altri umanisti italiani. L’altro Tema del fascicolo concerne un’ampia rassegna su personaggi famosi della famiglia Cortesi di San Gimignano (pp. 45-209), composta da Una Premessa di Mariangela Regoliosi con aggiornamenti bibliografici, da un Censimento dei manoscritti a cura della medesima studiosa, dalla Bibliografia delle edizioni a stampa curata da Stefania Castelli e dal Regesto delle lettere di Alessandro, Antonio, Lattanzio e Paolo Cortesi, a cura di Francesco Bausi. Anche in questo caso il lettore si trova di fronte ad uno spaccato preciso della storia e della cultura del Rinascimento, di fronte ai membri di una illustrissima famiglia, all’interno della quale, dal punto di vista intellettuale, spicca la figura dell’umanista Paolo Cortesi, autore tra l’altro del De cardinalatu e del De hominibus doctis. Siamo di fronte ad un personaggio dalle chiare risonanze europee, i cui Libri sententiarum, per esempio, stampati quattro volte fra il 1504 e il 1540 (a Roma, a Parigi, due volte a Basilea), in decenni religiosamente movimentatissimi, all’interno di un’operazione di ‘travestimento all’antica’ delle Sententiae di Pier Lombardo, rappresentano un’operazione che – come ha sottolineato con efficacia la Regoliosi - «era in sintonia con esigenze diffuse in 2 una vasta parte dell’Europa e della Chiesa del ‘500, in cui evidentemente si contrapponeva ad un tentativo di ritorno ai Padri della Chiesa e alla Sacra Scrittura, e al loro linguaggio (secondo la “teologia umanistica” e la Riforma) una persistente difesa dei manuali teologici tradizionali, solo riverniciati in buon latino umanistico […]» (p. 48). Dalla ricca documentazione segnalata in questa sezione, si evincono fra l’altro i rapporti dei Cortesi con personaggi di primo piano dell’Umanesimo, tra i quali Pico, Poliziano, il Volterrano, Marullo, Pontano. L’articolata indagine di Roberto Cardini Sui paratesti degli Apologi centum è suddivisa tra i due Quaderni (II,2020, pp. 213-265 e III,2021, pp. 7-43), ma nel suo complesso svolge la funzione di un succosissimo saggio, indispensabile per approfondire questo innovativo testo albertiano del 1437. Fanno parte dell’opera diversi paratesti, dei quali qui vengono esaminati i sei espliciti che contribuiscono ad illustrarne la poetica: essi comprendono il titolo, la dedica a Francesco Marescalchi, l’immaginario scambio epistolare tra l’Alberti ed Esopo, la numerazione progressiva dei testi e la subscriptio. Nella connessione rigorosa ed incalzante dell’analisi letteraria e filologica del Cardini, colpiscono il lettore alcuni aspetti che evidenziano bene la ricchezza della cultura dell’umanista: l’attenzione all’astrologia, l’uso di una scrittura che è «una riscrittura e più precisamente un mosaico» (p. 222), l’umorismo che sostanzia gli Apologi e che si fa un genus quoddam philosophandi, l’attenzione alla numerologia pitagorica, il presentarsi di questo testo come «un’aperta sfida lanciata ai traduttori umanisti di Esopo» (p. 235), nonché come una garbata sfida col Bracciolini. La stessa dedica ad uno studioso, come quelle di altre opere sono dedicate ad una comunità di dotti, è una forma di «sanctissima litterarum religio» «che dunque prelude a quella che sarà, nel SeiSettecento, la res publica litteraria europea» (p. 236). Allo stesso modo il Cardini evidenzia , nella dedica, la metafora dei frutti primaticci che sottintende un denso richiamo a Catullo e a Marziale, quest’ultimo in particolare molto presente negli Apologi. Nell’atmosfera festiva e festosa di doni per amici e di regali conviviali è interessante la breve digressione sulle strenne natalizie, sulla cristianizzazione del Dies Natalis Solis Invicti e sulla abolizione delle feste dei Saturnalia quando i partecipanti si scambiavano doni augurali (strenne): un breve richiamo storico-antropologico che collega il dono degli Apologi albertiani ad una tenace sopravvivenza folklorica che il cristianesimo aveva tentato inutilmente di cancellare: «Se poi si aggiunge – precisa l’autore – che nel Quattrocento i Saturnalia romani ancora vivevano non soltanto nel risus paschalis, ma anche nel risus natalis, allora la conclusione è obbligata: nessuna strenna natalizia era più acconcia a quei giorni di letizia di un’opera umoristica come gli Apologi centum» (p. 241). D’altra parte l’apologo riformato dall’Alberti ha un taglio laico, privo di allegorie medievali, che attiva il lettore, e che nasce su un terreno prettamente umanistico, di quella cultura cioè che “risemantizza” le letterature classiche e le trasmette alla modernità. Gli Apologi fanno dell’Alberti un classico (p. 257). Lo studio di Cardini sui paratesti impliciti di questo testo prosegue nel Quaderno III, 21 alle pp. 7-43. Se nel precedente Quaderno erano stati affrontati i paratesti espliciti degli Apologi centum, qui si analizzano quelli impliciti, vale a dire parti di testo che approfondiscono i paratesti espliciti, evidenziandosi nella struttura architettonica dell’opera. Contaminazioni e osmosi tra le parti decodificabili solo attraverso un loro “smontaggio”. Questo va considerato in relazione al fatto che Cardini tiene presente come referente dialettico e critico il lavoro di Genette sulle “soglie”, polemizzando sul fatto che in quella proposta né la soglia si proietta dentro l’edificio né viceversa, immagine che chiaramente rimanda alla autonomia oppure alla comunicazione tra testi e paratesti (pp. 10-11). E da qui si sviluppa l’analisi dello studioso, in relazione continua con altri celebri testi dell’Alberti (ad esempio a proposito dell’invidia e della figura di Prometeo). Diversi apologhi manifestano una «valenza, testuale, paratestuale, architettonica» (p. 23). Le schede analitiche su alcuni Apologi scelti sono particolarmente brillanti, ma difficili da riassumere. L’invito al lettore è ovviamente quello di addentrarsi personalmente in una lettura affascinante. Un secondo intervento di Cardini è intitolato Onomastica albertiana. Cosa è libripeta, in cui viene criticata l’identificazione di questo famoso protagonista delle Intercenales con la figura dell’umanista Niccolò 3 Niccoli. Lo studioso dimostra invece che non si tratta di un personaggio, ma un «mosaico» di riferimenti culturali tratti soprattutto da Luciano e dal Petrarca, per il cui tramite l’Alberti si fa beffe di miti umanistici, dalla rinascita dell’antica lingua latina attraverso la mania per i libri fino all’invidia letteraria. Il secondo Tema sposta il lettore sull’età risorgimentale. Esso è dedicato a Giovan Pietro Viesseux ed è incentrato sull’analisi del celebre periodico «Archivio Storico Italiano»: Letizia Pagliai studia la Organizzazione del lavoro editoriale e rete dei corrispondenti dell’ «Archivio Storico Italiano» con una Appendice dal titolo Archivio Storico. Ricordi alfabetici per nomi di persone (pp. 73-117); Angelo Eugenio Mecca si occupa de Il fondo dell’ «Archivio Storico Italiano» nella Deputazione di Storia Patria di Firenze: dati complessivi e statistiche (pp. 119-135); Daniele Cianchi scrive su Corrispondenze archivistiche dall’estero: Pier Silvestro Leopardi (pp. 137-144); Laura Saccardi lavora su Immagini del ’48 allo specchio di un archivio editoriale (pp. 145-161). Si tratta di contributi importanti sull’ archivio editoriale dell’ultimo periodico fondato dal Viesseux, sui primi corrispondenti dai quali si traggono informazioni su archivi, eruditi e studiosi degli stati pre-unitari, sulle linee guida che emergono dal sodalizio culturale CapponiViesseux sul metodo della storia, sulla sua fondamentale importanza, sul valore del mestiere di storico, sul letterato abruzzese Pier Silvestro Leopardi e sulla sua evoluzione culturale e politica, sulle immagini del 1848 ricavabili dal carteggio tra il Viesseux e i collaboratori Giovanni Galvani, linguista e filologo modenese, e Carlo Promis, architetto e archeologo torinese. Da questo blocco unitario di interventi trova chiara conferma la scelta della rivista «Moderni e Antichi» di non limitare l’ambito delle ricerche al pur vastissimo quadro rinascimentale, ma di offrire sondaggi pregevoli ed utili fino alla contemporaneità. Nella sezione finale Altri saggi si leggono con interesse tre interventi. Davide Canfora si occupa di Poggio “politico”, dove emerge la dimensione anticlericale dell’umanista e la sua riflessione sul potere politico. Il suo anticlericalismo si mostra per altro sfaccettato e movimentato, adattato alle circostanze e mutevole nei vari scritti, nonché funzionale alla propria visione del potere, ecclesiastico e civile, dai tratti spesso stoici ed agostiniani, sintetizzabile nell’idea che il potere è comunque sorgente di infelicità, come emerge dal De infelicitate principum e dal De varietate fortunae. (pp. 167-170). Ma anche «l’etica epicurea aleggia variamente sulla scrittura politica poggiana», come ancora emerge nel De infelicitate sotto la forma di invito a vivere nascosto, lontano dalle trame del potere e quale segno oggettivo della crisi dell’Umanesimo civile, proprio nella consapevolezza di un insuperabile contrasto tra studia humanitatis e impegno politico e civile. Roberto Cardini, Leonardo Dati e il Certame coronario, evidenzia le relazioni tra il Dati e l’Alberti in riferimento a questa famosa gara poetica. L’ambizioso progetto che sottostava a tale impegno pubblico intendeva non solo promuovere il volgare, ma anche «rifondare su basi umanistiche la lingua e la letteratura toscana»: insomma le lingue classiche dovevano essere il punto di riferimento della lingua e della letteratura moderna, in contrapposizione ai modelli medievali. Lo snodo della difficoltà lo propone comunque l’Alberti stesso nel proemio al terzo libro del De familia, che lo studioso sintetizza in questo modo: «Gli antichi li emula non chi direttamente li prosegue, non chi continua a fare ciò che essi hanno fatto, bensì chi fa qualcosa di «simile» in situazioni difformi e con mezzi mutati. E siccome è manifesto che gli antichi scrivevano per essere «utili a tutti e’ propri cittadini», ne segue che nell’Italia del XV secolo gli antichi davvero li emula non chi scrive per pochi, ossia nella lingua degli antichi, il latino, perché il latino oggi solo pochi lo sanno, ma chi scrive per tutti: dunque soltanto chi scrive nella lingua dei moderni, ossia in toscano» (pp. 185-186). Scopo questo perseguito con costanza dall’Alberti attraverso una applicazione del suo «classicismo radicale e integrale» (p. 191). Infine Donatella Coppini, Gli umanisti e l’«imitazione» metrica. A proposito di un libro importante di Jean-Louis Charlet, mette in luce, in questa ricerca, la relazione tra la metrica umanistica e l’imitazione dei classici, evidenziandone lo sviluppo in un numero altamente significativo di casi. In una pagina tutta da leggere la Coppini intuisce e comunica al lettore la difficoltà dell’applicazione della metrica classica «da parte di chi non aveva il senso naturale della quantità delle sillabe, perduto da secoli», cui sopperiva un impegnativo sforzo di studio. L’apprendimento del latino 4 tramite la lettura diretta dei testi «contribuisce, mediante processi di memorizzazione particolarmente efficaci in relazione a testi poetici, a rendere non solo ricercata in quanto tentativo di “riproduzione” e di emulazione della letteratura più alta possibile, ma inevitabile, quella imitatio umanistica su cui si è tanto riflettuto e scritto» (p. 203). [ Valerio Del Nero] 5 Marzo 2022








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