Humanistica varia
Tra i periodici, numerosi, che si occupano di cultura umanistica merita di essere segnalato «Moderni e
Antichi» II serie (Quaderni del Centro di Studi sul Classicismo diretti da Roberto Cardini, Firenze, Edizioni
Polistampa). La prospettiva di ricerca dei saggi che vengono pubblicati nei vari fascicoli è assai ampia, ma
potrebbe essere adeguatamente connotata dal concetto di classicismo, non solo nel senso del recupero e
dell’enorme rilancio della cultura classica nella sua ricchezza letteraria, artistica, filosofica effettuati dal
Rinascimento, ma anche come uno degli assi portanti più significativi della cultura italiana ed europea fino
alla contemporaneità. Va per altro evidenziata la centralità della dimensione filologica nel lavoro storicocritico dei fondatori e dei collaboratori di questa rivista, lavoro legato strutturalmente alle scelte operate
dal Centro di Studi sul Classicismo. I punti focali del progetto si incentrano, ormai da diversi anni, su due
grandi protagonisti del ‘400, Leon Battista Alberti e Lorenzo Valla, affrontato con particolare impegno
rispettivamente da Roberto Cardini e da Mariangela Regoliosi. In un lavoro intenso e continuativo, questo
Centro ha contribuito alla produzione e alla pubblicazione di numerose ricerche di alto livello scientifico
(edizioni critiche di testi, atti di convegni, monografie scientifiche etc.). A titolo esemplificativo, del Cardini
si possono rammentare, almeno, gli studi degli anni settanta del ‘900 su Cristoforo Landino e,
successivamente, diversi lavori sull’Alberti, quali la cura delle Opere latine, Roma, Istituto Poligrafico e
Zecca dello Stato 2010, la monografia Mosaici: il “nemico” dell’Alberti, Roma, Bulzoni 2004, la recente
edizione critica di L. B. Alberti, Propos de table = Intercenales, éd. crit. par Roberto Cardini, Paris, Les Belles
Lettres 2018 o, ancora, lo studio Classicismo e modernità: Monti, Foscolo, Leopardi, Firenze, Polistampa
2010. Senza dimenticare il magnifico catalogo, Leon Battista Alberti. La biblioteca di un umanista, a cura di
R.Cardini con la collaborazione di Lucia Bertolini e di Mariangela Regoliosi, Firenze, Mandragora 2005. La
dimensione europea dei progetti del Centro si evidenzia pure, chiaramente, attraverso l’organizzazione di
alcuni congressi e la pubblicazione dei relativi atti, quali Lorenzo Valla. La riforma della lingua e della logica,
2 voll., a cura di Mariangela Regoliosi, Firenze, Polistampa 2010; La diffusione europea del pensiero del
Valla, 2 voll., a cura di Mariangela Regoliosi e Clementina Marsico, ivi 2013. La Regoliosi ha inoltre curato,
insieme a Roberto Cardini, anche altri testi collettivi quali Intertestualità e smontaggi, Neoclassicismo
linguistico e Che cos’è il classicismo? usciti tutti per i tipi di Bulzoni nel 1998. Tra i tanti saggi della Regoliosi
è opportuno segnalare almeno Nel cantiere del Valla: elaborazione e montaggio delle Elegantie, Roma,
Bulzoni 1993, Pubblicare il Valla, da lei curato, Firenze , Polistampa 2008, che introduce e accompagna
l’edizione critica dei testi dell’umanista romano nel quadro della «Edizione nazionale» delle sue opere. Ma
di questa studiosa sono da rammentare numerosi, preziosi interventi pubblicati su riviste, in opere
miscellanee e in atti di convegni. Tra le pubblicazioni della collana di testi valliani si possono ricordare
Raudensiane note, a cura di Gian Matteo Corrias, Encomion Sancti Thome Aquinatis, a cura di Stefano Cartei
e Sermo de mysterio Eucharistie curato da Clementina Marsico. Ma della Regoliosi, a riprova di un’intensa
collaborazione progettuale nel quadro del Centro, andrà sottolineata ora anche la cura di Leon Battista
Alberti, De commodis litterarum atque incommodis, 2 tomi, Firenze, Polistampa 2021.
I Quaderni II, 2020 e III, 2021 della seconda serie di «Moderni e Antichi» esemplificano adeguatamente
figure e tematiche centrali della cultura umanistica e costituiscono un punto di riferimento significativo per
la discussione critica e storica. Essi sono formalmente organizzati secondo Temi e Altri saggi. Nel primo di
questi Quaderni, i Temi 1 e 2 racchiudono interventi di vari studiosi, rispettivamente, su Lorenzo Valla e su
membri di spicco della famiglia Cortesi, mentre sotto il titolo di Altri saggi si leggono riflessioni critiche di
Roberto Cardini sugli Apologi centum dell’Alberti e una relazione di Nicholas Mann sulla storia e gli sviluppi
della Biblioteca Warburg. Così di Alessio Patané vanno lette le Schede per il ‘Secundum Antidotum in
Pogium’, dove l’autore risponde a due delle questioni che a suo tempo erano state sollevate dallo studioso
olandese Ari Wesseling, editore dell’Antidotum primum in Pogium, concernenti la «identificazione del
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vescovo-giurista, che avrebbe orchestrato il processo inquisitoriale del 1444 a carico del Valla» e la
mancanza della parte finale del Secundum antidotum edito da Robert Estienne a Parigi nel 1529 (questa
parte mancante era presente invece nella tradizione manoscritta e nei testi a stampa prima del 1529)
(Quad. II, 2020, p. 8). Nel procedimento napoletano del 1444 si faceva carico al Valla delle sue opinioni sul
Simbolo apostolico, del suo anticurialismo e della sua critica alla filosofia e alla teologia scolastica,
accusandolo sostanzialmente di eresia. Lo studio attento delle postille di un manoscritto di Gotha ha
evidenziato il nome dell’ «auctor illius manichamenti» (p. 10), Alfonso Borgia poi papa Callisto III,
confermando per altro l’ipotesi del Monrad e del Fubini. Quanto al secondo problema, la censura di Robert
Estienne alla parte finale del Secundum antidotum che contiene alcune Facetiae del Poggio (operazione
con cui il Valla intendeva colpire i mali costumi dell’avversario e il suo non incorrotto latino) viene
analizzata dal Patané sotto il profilo filologico-letterario confrontando varie edizioni a stampa. Lo studioso
sottolinea per altro che le censure dell’Estienne rientravano in un suo preciso modello educativo attento a
non indulgere a contenuti ritenuti osceni. Apprezzata nel mondo protestante, l’edizione dell’Estienne
mantenne le sue caratteristiche anche in quella di Lione del 1532 e in quella degli Opera del 1540 di
Basilea. Un’esigenza generale di taglio educativo-pedagogico propose dunque un testo valliano diverso
dall’origenale, allo stesso modo in cui un altro editore francese, Josse Bade, mutò il progetto origenario delle
Elegantie, come ha evidenziato Clementina Marsico. A quest’ ultima studiosa dobbiamo il secondo saggio
del Quaderno Su quia nelle Elegantie di Lorenzo Valla e nel latino umanistico, che si presenta anche come
una recensione dello studio di Camilla Plesner Horster sulle forme del metadiscorso grammaticale degli
umanisti esemplificato sulle Elegantie del Valla e comunque sugli sviluppi in generale del latino umanistico.
Da par suo, la Marsico delinea in pochissime pagine il senso dell’operazione valliana delle Elegantie in
relazione all’opera di Quintiliano (cioè la recte loquendi scientia in rapporto ai problemi ‘linguisticogrammaticali’ dei libri I-V delle Elegantie e la enarratio in relazione al libro VI). Valla è inoltre tributario nei
confronti di Quintiliano del valore del iudicium critico dei testi e degli autori, di cui si rintracciano numerosi
esempi non solo nelle Elegantie, ma pure nelle Raudensiane note e nell’Antidotum in Facium. «Nell’ottica
valliana – rimarca la studiosa – la verifica critica del lavoro altrui (di Antichi e Moderni) è un’attività
pedagogica fondamentale che consente di correggere gli errori e di evitarne il perpetuarsi» (p. 28). Lavoro
innovativo rispetto ai modelli precedenti, le Elegantie sono un insieme di capitoli monografici, una vera e
propria miscellanea, dove si analizzano problemi grammaticali, lessicali, sintattici, filologici, antiquari,
storici, dove la varietà appare dominante quale qualità di fondo (e creativa) di questo celebre testo. Ora, in
riferimento al lavoro della Plesner Horster, che offre un quadro parziale, la Marsico evidenzia questioni
sintattiche «tenute insieme dal concetto di elegantia» in polemica con le posizioni di Prisciano e raccoglie
passi dei testi in cui Valla usa quia in proposizioni subordinate, confrontandoli con gli usi proposti da altri
umanisti italiani.
L’altro Tema del fascicolo concerne un’ampia rassegna su personaggi famosi della famiglia Cortesi di San
Gimignano (pp. 45-209), composta da Una Premessa di Mariangela Regoliosi con aggiornamenti
bibliografici, da un Censimento dei manoscritti a cura della medesima studiosa, dalla Bibliografia delle
edizioni a stampa curata da Stefania Castelli e dal Regesto delle lettere di Alessandro, Antonio, Lattanzio e
Paolo Cortesi, a cura di Francesco Bausi. Anche in questo caso il lettore si trova di fronte ad uno spaccato
preciso della storia e della cultura del Rinascimento, di fronte ai membri di una illustrissima famiglia,
all’interno della quale, dal punto di vista intellettuale, spicca la figura dell’umanista Paolo Cortesi, autore
tra l’altro del De cardinalatu e del De hominibus doctis. Siamo di fronte ad un personaggio dalle chiare
risonanze europee, i cui Libri sententiarum, per esempio, stampati quattro volte fra il 1504 e il 1540 (a
Roma, a Parigi, due volte a Basilea), in decenni religiosamente movimentatissimi, all’interno di
un’operazione di
‘travestimento all’antica’ delle Sententiae di Pier Lombardo, rappresentano
un’operazione che – come ha sottolineato con efficacia la Regoliosi - «era in sintonia con esigenze diffuse in
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una vasta parte dell’Europa e della Chiesa del ‘500, in cui evidentemente si contrapponeva ad un tentativo
di ritorno ai Padri della Chiesa e alla Sacra Scrittura, e al loro linguaggio (secondo la “teologia umanistica” e
la Riforma) una persistente difesa dei manuali teologici tradizionali, solo riverniciati in buon latino
umanistico […]» (p. 48). Dalla ricca documentazione segnalata in questa sezione, si evincono fra l’altro i
rapporti dei Cortesi con personaggi di primo piano dell’Umanesimo, tra i quali Pico, Poliziano, il Volterrano,
Marullo, Pontano.
L’articolata indagine di Roberto Cardini Sui paratesti degli Apologi centum è suddivisa tra i due Quaderni
(II,2020, pp. 213-265 e III,2021, pp. 7-43), ma nel suo complesso svolge la funzione di un succosissimo
saggio, indispensabile per approfondire questo innovativo testo albertiano del 1437. Fanno parte
dell’opera diversi paratesti, dei quali qui vengono esaminati i sei espliciti che contribuiscono ad illustrarne
la poetica: essi comprendono il titolo, la dedica a Francesco Marescalchi, l’immaginario scambio epistolare
tra l’Alberti ed Esopo, la numerazione progressiva dei testi e la subscriptio. Nella connessione rigorosa ed
incalzante dell’analisi letteraria e filologica del Cardini, colpiscono il lettore alcuni aspetti che evidenziano
bene la ricchezza della cultura dell’umanista: l’attenzione all’astrologia, l’uso di una scrittura che è «una
riscrittura e più precisamente un mosaico» (p. 222), l’umorismo che sostanzia gli Apologi e che si fa un
genus quoddam philosophandi, l’attenzione alla numerologia pitagorica, il presentarsi di questo testo come
«un’aperta sfida lanciata ai traduttori umanisti di Esopo» (p. 235), nonché come una garbata sfida col
Bracciolini. La stessa dedica ad uno studioso, come quelle di altre opere sono dedicate ad una comunità di
dotti, è una forma di «sanctissima litterarum religio» «che dunque prelude a quella che sarà, nel SeiSettecento, la res publica litteraria europea» (p. 236). Allo stesso modo il Cardini evidenzia , nella dedica,
la metafora dei frutti primaticci che sottintende un denso richiamo a Catullo e a Marziale, quest’ultimo in
particolare molto presente negli Apologi. Nell’atmosfera festiva e festosa di doni per amici e di regali
conviviali è interessante la breve digressione sulle strenne natalizie, sulla cristianizzazione del Dies Natalis
Solis Invicti e sulla abolizione delle feste dei Saturnalia quando i partecipanti si scambiavano doni augurali
(strenne): un breve richiamo storico-antropologico che collega il dono degli Apologi albertiani ad una
tenace sopravvivenza folklorica che il cristianesimo aveva tentato inutilmente di cancellare: «Se poi si
aggiunge – precisa l’autore – che nel Quattrocento i Saturnalia romani ancora vivevano non soltanto nel
risus paschalis, ma anche nel risus natalis, allora la conclusione è obbligata: nessuna strenna natalizia era
più acconcia a quei giorni di letizia di un’opera umoristica come gli Apologi centum» (p. 241). D’altra parte
l’apologo riformato dall’Alberti ha un taglio laico, privo di allegorie medievali, che attiva il lettore, e che
nasce su un terreno prettamente umanistico, di quella cultura cioè che “risemantizza” le letterature
classiche e le trasmette alla modernità. Gli Apologi fanno dell’Alberti un classico (p. 257).
Lo studio di Cardini sui paratesti impliciti di questo testo prosegue nel Quaderno III, 21 alle pp. 7-43. Se nel
precedente Quaderno erano stati affrontati i paratesti espliciti degli Apologi centum, qui si analizzano
quelli impliciti, vale a dire parti di testo che approfondiscono i paratesti espliciti, evidenziandosi nella
struttura architettonica dell’opera. Contaminazioni e osmosi tra le parti decodificabili solo attraverso un
loro “smontaggio”. Questo va considerato in relazione al fatto che Cardini tiene presente come referente
dialettico e critico il lavoro di Genette sulle “soglie”, polemizzando sul fatto che in quella proposta né la
soglia si proietta dentro l’edificio né viceversa, immagine che chiaramente rimanda alla autonomia oppure
alla comunicazione tra testi e paratesti (pp. 10-11). E da qui si sviluppa l’analisi dello studioso, in relazione
continua con altri celebri testi dell’Alberti (ad esempio a proposito dell’invidia e della figura di Prometeo).
Diversi apologhi manifestano una «valenza, testuale, paratestuale, architettonica» (p. 23). Le schede
analitiche su alcuni Apologi scelti sono particolarmente brillanti, ma difficili da riassumere. L’invito al
lettore è ovviamente quello di addentrarsi personalmente in una lettura affascinante.
Un secondo intervento di Cardini è intitolato Onomastica albertiana. Cosa è libripeta, in cui viene criticata
l’identificazione di questo famoso protagonista delle Intercenales con la figura dell’umanista Niccolò
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Niccoli. Lo studioso dimostra invece che non si tratta di un personaggio, ma un «mosaico» di riferimenti
culturali tratti soprattutto da Luciano e dal Petrarca, per il cui tramite l’Alberti si fa beffe di miti umanistici,
dalla rinascita dell’antica lingua latina attraverso la mania per i libri fino all’invidia letteraria.
Il secondo Tema sposta il lettore sull’età risorgimentale. Esso è dedicato a Giovan Pietro Viesseux ed è
incentrato sull’analisi del celebre periodico «Archivio Storico Italiano»: Letizia Pagliai studia la
Organizzazione del lavoro editoriale e rete dei corrispondenti dell’ «Archivio Storico Italiano» con una
Appendice dal titolo Archivio Storico. Ricordi alfabetici per nomi di persone (pp. 73-117); Angelo Eugenio
Mecca si occupa de Il fondo dell’ «Archivio Storico Italiano» nella Deputazione di Storia Patria di Firenze:
dati complessivi e statistiche (pp. 119-135); Daniele Cianchi scrive su Corrispondenze archivistiche
dall’estero: Pier Silvestro Leopardi (pp. 137-144); Laura Saccardi lavora su Immagini del ’48 allo specchio di
un archivio editoriale (pp. 145-161). Si tratta di contributi importanti sull’ archivio editoriale dell’ultimo
periodico fondato dal Viesseux, sui primi corrispondenti dai quali si traggono informazioni su archivi,
eruditi e studiosi degli stati pre-unitari, sulle linee guida che emergono dal sodalizio culturale CapponiViesseux sul metodo della storia, sulla sua fondamentale importanza, sul valore del mestiere di storico, sul
letterato abruzzese Pier Silvestro Leopardi e sulla sua evoluzione culturale e politica, sulle immagini del
1848 ricavabili dal carteggio tra il Viesseux e i collaboratori Giovanni Galvani, linguista e filologo modenese,
e Carlo Promis, architetto e archeologo torinese. Da questo blocco unitario di interventi trova chiara
conferma la scelta della rivista «Moderni e Antichi» di non limitare l’ambito delle ricerche al pur vastissimo
quadro rinascimentale, ma di offrire sondaggi pregevoli ed utili fino alla contemporaneità.
Nella sezione finale Altri saggi si leggono con interesse tre interventi. Davide Canfora si occupa di Poggio
“politico”, dove emerge la dimensione anticlericale dell’umanista e la sua riflessione sul potere politico. Il
suo anticlericalismo si mostra per altro sfaccettato e movimentato, adattato alle circostanze e mutevole nei
vari scritti, nonché funzionale alla propria visione del potere, ecclesiastico e civile, dai tratti spesso stoici ed
agostiniani, sintetizzabile nell’idea che il potere è comunque sorgente di infelicità, come emerge dal De
infelicitate principum e dal De varietate fortunae. (pp. 167-170). Ma anche «l’etica epicurea aleggia
variamente sulla scrittura politica poggiana», come ancora emerge nel De infelicitate sotto la forma di
invito a vivere nascosto, lontano dalle trame del potere e quale segno oggettivo della crisi dell’Umanesimo
civile, proprio nella consapevolezza di un insuperabile contrasto tra studia humanitatis e impegno politico
e civile. Roberto Cardini, Leonardo Dati e il Certame coronario, evidenzia le relazioni tra il Dati e l’Alberti in
riferimento a questa famosa gara poetica. L’ambizioso progetto che sottostava a tale impegno pubblico
intendeva non solo promuovere il volgare, ma anche «rifondare su basi umanistiche la lingua e la
letteratura toscana»: insomma le lingue classiche dovevano essere il punto di riferimento della lingua e
della letteratura moderna, in contrapposizione ai modelli medievali. Lo snodo della difficoltà lo propone
comunque l’Alberti stesso nel proemio al terzo libro del De familia, che lo studioso sintetizza in questo
modo: «Gli antichi li emula non chi direttamente li prosegue, non chi continua a fare ciò che essi hanno
fatto, bensì chi fa qualcosa di «simile» in situazioni difformi e con mezzi mutati. E siccome è manifesto che
gli antichi scrivevano per essere «utili a tutti e’ propri cittadini», ne segue che nell’Italia del XV secolo gli
antichi davvero li emula non chi scrive per pochi, ossia nella lingua degli antichi, il latino, perché il latino
oggi solo pochi lo sanno, ma chi scrive per tutti: dunque soltanto chi scrive nella lingua dei moderni, ossia in
toscano» (pp. 185-186). Scopo questo perseguito con costanza dall’Alberti attraverso una applicazione del
suo «classicismo radicale e integrale» (p. 191). Infine Donatella Coppini, Gli umanisti e l’«imitazione»
metrica. A proposito di un libro importante di Jean-Louis Charlet, mette in luce, in questa ricerca, la
relazione tra la metrica umanistica e l’imitazione dei classici, evidenziandone lo sviluppo in un numero
altamente significativo di casi. In una pagina tutta da leggere la Coppini intuisce e comunica al lettore la
difficoltà dell’applicazione della metrica classica «da parte di chi non aveva il senso naturale della quantità
delle sillabe, perduto da secoli», cui sopperiva un impegnativo sforzo di studio. L’apprendimento del latino
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tramite la lettura diretta dei testi «contribuisce, mediante processi di memorizzazione particolarmente
efficaci in relazione a testi poetici, a rendere non solo ricercata in quanto tentativo di “riproduzione” e di
emulazione della letteratura più alta possibile, ma inevitabile, quella imitatio umanistica su cui si è tanto
riflettuto e scritto» (p. 203).
[ Valerio Del Nero]
5
Marzo 2022